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Export orafo primo trimestre 2026, il -17% non racconta tutta la storia: il Made in Italy cambia geografia ma resta tra i leader mondiali


Il primo trimestre 2026 segna una flessione delle esportazioni italiane di gioielli in oro, ma il dato è fortemente condizionato dalla normalizzazione dei flussi verso la Turchia. Al netto di questo mercato l’export torna a crescere. Svizzera, Stati Uniti e Hong Kong guidano la nuova geografia del commercio internazionale, mentre il prezzo record dell’oro modifica profondamente gli equilibri della domanda mondiale.

ll dato è destinato ad attirare l’attenzione: nel primo trimestre del 2026 le esportazioni italiane di gioielli in oro si sono fermate a 2,4 miliardi di euro, registrando una contrazione del 17% in valore rispetto allo stesso periodo del 2025. Una lettura superficiale potrebbe far pensare a un settore in difficoltà. In realtà, osservando i numeri nel loro insieme, emerge uno scenario decisamente diverso. L’analisi del Research Department di Intesa Sanpaolo evidenzia infatti come la flessione sia quasi interamente riconducibile alla progressiva normalizzazione dei flussi commerciali verso la Turchia, un mercato che negli ultimi anni aveva assunto caratteristiche del tutto eccezionali. Escludendo questa componente, l‘export italiano tornerebbe addirittura in territorio positivo, con una crescita del 7% in valore e del 18% in quantità. È un dato che racconta un comparto capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti dello scenario internazionale, compensando il rallentamento di alcuni mercati con il rafforzamento della propria presenza in nuove aree strategiche. L’Italia conserva così la leadership europea nella gioielleria in oro, davanti alla Francia, che nello stesso periodo ha esportato circa 1,9 miliardi di euro. Anche Irlanda, Germania e Paesi Bassi registrano risultati positivi, confermando che il commercio internazionale del gioiello non sta attraversando una fase di contrazione generalizzata, ma piuttosto una profonda ridefinizione delle proprie geografie. La chiave di lettura continua quindi a essere la Turchia. Negli ultimi due anni il Paese aveva sostenuto volumi di importazione straordinari, favoriti dalle tensioni monetarie interne e dalle strategie di approvvigionamento dell’industria locale. Era evidente che quei livelli non potessero rappresentare una nuova normalità. Il progressivo ritorno a valori più fisiologici produce oggi confronti statistici inevitabilmente penalizzanti, che rischiano però di alterare la percezione dello stato di salute dell’intero settore. Già nelle analisi relative al 2025 Intesa Sanpaolo aveva sottolineato come il ridimensionamento del mercato turco fosse il principale elemento alla base della flessione dell’export italiano. I dati del primo trimestre 2026 confermano dunque un fenomeno atteso dagli operatori.

Se alcuni mercati rallentano, altri mostrano invece una vitalità sorprendente. La Svizzera torna a essere il primo mercato di destinazione dell’oreficeria italiana con 515 milioni di euro di esportazioni, in crescita del 54% in valore e del 118% in quantità. Seguono gli Stati Uniti, che consolidano il proprio ruolo strategico con un incremento del 16%, mentre Francia (+22%), Irlanda (+27%), Hong Kong (+21%) e Paesi Bassi (+49%) confermano una domanda particolarmente dinamica.

La crescita della Svizzera merita tuttavia una riflessione ulteriore. Non rappresenta esclusivamente un aumento della domanda interna, ma riflette anche il ruolo sempre più centrale del Paese come piattaforma internazionale del lusso. Molte esportazioni italiane sono infatti destinate ai poli logistici e produttivi dei grandi gruppi del gioiello e dell’orologeria, per essere successivamente redistribuite verso altri mercati. È un fenomeno che testimonia il crescente livello di integrazione delle filiere internazionali e che contribuisce a ridisegnare le mappe dell’export europeo. L’unica vera battuta d’arresto significativa riguarda gli Emirati Arabi Uniti, dove le esportazioni diminuiscono del 35%. In questo caso il rallentamento appare strettamente collegato alle tensioni geopolitiche che hanno interessato il Medio Oriente e al conflitto tra Iran e Stati Uniti, che ha inevitabilmente inciso sull’attività di uno dei principali hub mondiali per il commercio della gioielleria.

Parallelamente, il settore continua a confrontarsi con un altro fattore destinato a incidere profondamente sulle strategie delle imprese: il prezzo dell’oro. Nel primo trimestre del 2026 la quotazione media ha raggiunto circa 4.163 euro l’oncia, stabilendo nuovi massimi storici. Una crescita alimentata dall’incertezza geopolitica, dagli acquisti delle banche centrali e dalla ricerca di beni rifugio da parte degli investitori. L’impennata delle quotazioni sta modificando anche i comportamenti dei consumatori. Secondo i dati internazionali, la domanda mondiale di gioielli in oro si è fermata a 300 tonnellate, con una riduzione del 23% rispetto ai primi tre mesi del 2025. È il livello più basso registrato dopo il periodo della pandemia. Allo stesso tempo, però, il valore economico della domanda è aumentato del 31%, raggiungendo i 47 miliardi di dollari, nuovo record storico per un primo trimestre. Il mercato, dunque, acquista meno gioielli, ma a valori molto più elevati. Un fenomeno che spinge le imprese a concentrarsi sempre di più sul contenuto creativo, sulla manifattura e sul posizionamento nei segmenti premium, dove il prezzo della materia prima incide in misura relativamente minore sul valore finale del prodotto. L’analisi territoriale conferma come i diversi distretti italiani stiano affrontando questa fase con dinamiche differenti. Arezzo mantiene la leadership nazionale con 721 milioni di euro di esportazioni, ma registra una contrazione del 49%, fortemente influenzata dalla normalizzazione dei flussi verso la Turchia. Depurando il dato da questo mercato, la flessione si riduce sensibilmente. Vicenza, invece, conferma sostanzialmente i risultati dello scorso anno, consolidando il proprio ruolo di punto di riferimento per la manifattura di alta gamma. Crescono inoltre Alessandria, Varese e Lecco, territori che beneficiano anche della crescente centralità della Svizzera come nodo logistico internazionale.

Diverso è il caso del distretto campano. Il report di Intesa Sanpaolo si limita infatti a rilevare la sostanziale stabilità del polo Napoli-Caserta rispetto al primo trimestre del 2025, senza fornire ulteriori elementi di dettaglio. Un’informazione che appare insufficiente per descrivere uno dei sistemi produttivi più importanti del Paese. La Campania rappresenta infatti una realtà manifatturiera estremamente articolata, nella quale convivono la produzione di gioielleria in oro, la lavorazione del corallo e del cammeo, l’alta manifattura conto terzi e una rete di piccole e medie imprese fortemente orientate ai mercati internazionali.

L’assenza di dati maggiormente aggregati non consente di comprendere quali segmenti stiano realmente crescendo, quali mercati stiano sostenendo le esportazioni delle imprese campane e quale sia il contributo delle diverse specializzazioni produttive. È una lacuna informativa che finisce inevitabilmente per ridurre la visibilità economica di un territorio che continua a rappresentare una componente fondamentale dell’oreficeria italiana. Disporre di strumenti statistici più dettagliati non sarebbe soltanto un esercizio accademico, ma una condizione essenziale per orientare le politiche industriali, programmare gli investimenti e valorizzare il contributo di un distretto che merita di essere raccontato con maggiore precisione.

La fotografia del primo trimestre 2026 non descrive quindi un settore in crisi, ma un comparto che sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Le imprese devono confrontarsi con prezzi record delle materie prime, nuovi equilibri geopolitici e una domanda internazionale sempre più selettiva. Allo stesso tempo stanno dimostrando una notevole capacità di adattamento, rafforzando la presenza sui mercati a maggiore valore aggiunto e diversificando le destinazioni dell’export.

Più che il segnale di una perdita di competitività, il -17% rappresenta quindi la fotografia di un sistema che sta cambiando pelle. Il Made in Italy continua a essere il punto di riferimento europeo della gioielleria, ma la sua crescita passerà sempre più dalla capacità di leggere le nuove geografie del commercio mondiale, investire nell’innovazione e valorizzare le eccellenze territoriali attraverso informazioni economiche sempre più puntuali e trasparenti.

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