Giovani talenti per un’eredità che evolve. Per dialogare con chi costruirà il domani, la Fondazione Mani Intelligenti custodisce e rinnova il patrimonio dell’artigianato orafo italiano, trasformando una tradizione prestigiosa in un linguaggio nuovo. Qui il sapere non è teoria, non rimane nei libri, si tocca, si modella, si impara nel contatto diretto con i materiali, dove l’idea prende forma attraverso gesti precisi.
In un mondo che tende ad appiattire le differenze, sempre più giovani riscoprono il valore dell’esperienza artigianale che si fa unicità. La Fondazione intercetta questo desiderio e lo trasforma in un ponte solido che avvicina le nuove generazioni a un mestiere di tecnica, innovazione, sostenibilità e visione internazionale.
Grazie a percorsi formativi, collaborazioni con scuole e imprese, e un ecosistema di laboratori e iniziative culturali, l’abilità orafa torna a mostrarsi per ciò che è, un universo dinamico, capace di formare professionalità concrete.
Alla guida c’è Alessia Crivelli, figura di riferimento del panorama orafo valenzano. Direttore Generale della Crivelli e vicepresidente vicaria di Confindustria Federorafi, porta avanti una certezza: senza ricambio generazionale l’artigianato perde terreno. Per lei la gioielleria valenzana resta un punto di riferimento internazionale se sostenuta da giovani preparati e consapevoli del valore di questo mestiere, ed ecco la Fondazione investire su nuove energie e offrire lo spazio in cui talento e ambizione possano trasformarsi in percorso professionale.

La sfida è costruire ponti reali tra scuola, impresa, territorio e nuove generazioni, creare contesti in cui il sapere artigiano non venga solo raccontato, ma vissuto, riconosciuto come competenza contemporanea, capace di dialogare con tecnologia, sostenibilità e nuovi linguaggi
Nel tuo ruolo di Presidente della Fondazione Mani Intelligenti, quali sono oggi le principali sfide e responsabilità che senti di dover affrontare?
“La responsabilità principale che sento è quella di tenere insieme visione e concretezza. La Fondazione nasce per custodire e rigenerare il valore del fare artigiano, ma farlo oggi significa affrontare sfide complesse: il ricambio generazionale, la perdita di attrattività delle professioni manuali, la frammentazione dei percorsi formativi.
La sfida è costruire ponti reali tra scuola, impresa, territorio e nuove generazioni, senza nostalgie ma anche senza semplificazioni. Significa creare contesti in cui il sapere artigiano non venga solo raccontato, ma vissuto, riconosciuto come competenza contemporanea, capace di dialogare con tecnologia, sostenibilità e nuovi linguaggi“.

Come immagini l’evoluzione del gioiello nei prossimi anni, dal punto di vista creativo e produttivo?
“Immagino un gioiello sempre meno autoreferenziale e sempre più consapevole. Creativamente vedo una ricerca più profonda sul senso dell’oggetto: materiali, forme e simboli non solo come espressione estetica, ma come racconto di valori, identità, tracciabilità.
Dal punto di vista produttivo, l’evoluzione passerà da una ibridazione intelligente: manifattura d’eccellenza, tecnologie digitali, nuovi strumenti progettuali, ma con l’uomo sempre al centro. Il futuro del gioiello non è l’automazione fine a sé stessa, ma un equilibrio virtuoso tra mano, pensiero e innovazione“.
Quali leve ritieni più efficaci per avvicinare le nuove generazioni al mondo del gioiello e delle professioni orafe?
“La più efficace è la verità. I giovani riconoscono subito ciò che è autentico e ciò che è retorica. Avvicinarli significa mostrare il gioiello per ciò che è davvero: un lavoro complesso, fatto di disciplina, creatività, errore, crescita. Servono esperienze concrete, laboratori, contatti diretti con chi lavora, modelli professionali credibili. E serve un linguaggio nuovo, che non idealizzi il passato ma racconti un futuro possibile, in cui il fare con le mani non è una scelta di ripiego, ma una forma alta di intelligenza“.

Un tuo pensiero sul perché, nel corso degli anni, i vantaggi legati all’apprendistato si sono progressivamente ridotti.
“L’apprendistato ha perso forza quando è stato trattato più come strumento amministrativo che come percorso educativo. In molti casi si è spezzata la relazione profonda tra maestro e apprendista, sostituita da logiche di breve periodo. Manca spesso un riconoscimento culturale del tempo necessario per imparare. L’apprendistato richiede investimento, pazienza, responsabilità reciproca. Dove questo viene meno, diventa fragile. Recuperarlo significa restituirgli dignità, struttura e valore sociale“.
Tra i progetti che hai seguito all’interno della Fondazione, quali consideri più significativi e quali risultati ti rendono maggiormente orgogliosa?
“Quelli che sento più significativi sono quelli che mettono in relazione mondi diversi: scuola, sport, impresa, artigianato, territorio. In particolare, i percorsi educativi che lavorano sul fare come strumento di crescita personale e inclusione sociale.
Ciò che mi rende più orgogliosa non sono solo i numeri o i risultati immediati, ma i segnali silenziosi: ragazzi che scoprono un talento, adulti che tornano a sentirsi utili, comunità che si riconoscono in un progetto condiviso. È li che capisco che la Fondazione sta facendo il suo lavoro“.
Alessia Crivelli, tomorrow is shaped in Valenza
Young talents for an evolving heritage
To engage with those who will build tomorrow, the Fondazione Mani Intelligenti preserves and renews the heritage of Italian goldsmithing, transforming a prestigious tradition into a new language. Here, knowledge is not theory, it does not remain in books, it is touched, shaped and learned through direct contact with materials, where ideas take shape through precise gestures.
In a world that tends to flatten differences, more and more young people are rediscovering the value of craftsmanship, which makes them unique. The Foundation intercepts this desire and transforms it into a solid bridge that brings new generations closer to a profession of technique, innovation, sustainability and international vision.
Thanks to training courses, collaborations with schools and businesses, and an ecosystem of workshops and cultural initiatives, the goldsmith’s skill is once again showing itself for what it is: a dynamic universe capable of forming concrete professionalism.
At the helm is Alessia Crivelli, a leading figure in the Valenza jewellery scene. General Manager of Crivelli and Deputy Vice-President of Confindustria Federorafi, she is convinced that without generational change, craftsmanship will lose ground. For her, Valenza jewellery remains an international benchmark if supported by young people who are trained and aware of the value of this craft, which is why the Foundation is investing in new energy and offering a space where talent and ambition can be transformed into a professional career.
In your role as President of the Mani Intelligenti Foundation, what are the main challenges and responsibilities you feel you have to face today?
“The main responsibility I feel is to keep vision and practicality together. The Foundation was created to preserve and regenerate the value of craftsmanship, but doing so today means facing complex challenges: generational change, the loss of attractiveness of manual professions, and the fragmentation of training paths.
The challenge is to build real bridges between schools, businesses, the local area and the younger generation, without nostalgia but also without oversimplification. It means creating contexts in which craftsmanship is not only talked about but experienced, recognised as a contemporary skill, capable of dialoguing with technology, sustainability and new languages.”
How do you imagine jewellery will evolve in the coming years, from a creative and production point of view?
“I imagine jewellery becoming less self-referential and more conscious. Creatively, I see a deeper exploration of the meaning of the object: materials, shapes and symbols not only as an aesthetic expression, but as a narrative of values, identity and traceability.
From a production point of view, the evolution will pass through intelligent hybridisation: manufacturing excellence, digital technologies, new design tools, but with people always at the centre. The future of jewellery is not automation for its own sake, but a virtuous balance between hand, thought and innovation.”
What do you consider to be the most effective levers for bringing the younger generations closer to the world of jewellery and goldsmithing professions?
“The most effective is truth. Young people immediately recognise what is authentic and what is rhetoric. Bringing them closer means showing jewellery for what it really is: a complex job, made up of discipline, creativity, mistakes and growth. Concrete experiences, workshops, direct contact with those who work in the field and credible professional role models are needed. And we need a new language that does not idealise the past but tells of a possible future, in which working with your hands is not a fallback option but a high form of intelligence.”
Your thoughts on why, over the years, the advantages of apprenticeships have gradually diminished.
“Apprenticeships lost momentum when they were treated more as an administrative tool than an educational path. In many cases, the deep relationship between master and apprentice was broken, replaced by short-term thinking. There is often a lack of cultural recognition of the time needed to learn. Apprenticeships require investment, patience and mutual responsibility. Where this is lacking, they become fragile. Restoring them means restoring their dignity, structure and social value.”
Among the projects you have been involved in within the Foundation, which do you consider most significant and which results make you most proud?
“The ones I feel are most significant are those that bring different worlds together: school, sport, business, craftsmanship and the local area. In particular, educational programmes that focus on doing as a tool for personal growth and social inclusion.
What makes me most proud are not just the numbers or immediate results, but the quiet signs: young people discovering a talent, adults feeling useful again, communities identifying with a shared project. That’s when I realise that the Foundation is doing its job.”

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