Certificarsi non è solo un traguardo, ma un percorso continuo. Richiede analisi, impegno e trasparenza, con la consapevolezza che il vero valore sta nelle persone e nella qualità delle relazioni che l’azienda costruisce dentro e fuori”
Il mondo delle certificazioni è un sistema complesso per chi non mastica quotidianamente la materia come Ester Falletta. Si fatica a stare dietro ai suoi numeri e alla disinvoltura ineccepibile con cui parla da Direttrice tecnica del Consorzio Physis. La strada per la sostenibilità rappresenta un percorso vasto, che richiede impegno, trasparenza e un approccio strutturato.
◗ Da dove dovrebbe partire una piccola azienda che desidera muovere i primi passi in questo ambito? Come orientarsi nel panorama, spesso confuso, delle numerose soluzioni disponibili?
«Occorre distinguere tra certificazioni di terza parte, implementazione di buone pratiche e semplice greenwashing, che purtroppo alcune aziende ancora mettono in atto. La certificazione non è uno slogan: è un processo concreto che abbraccia aspetti ambientali, sociali e di governance, i cosiddetti pilastri ESG. Ogni azienda va analizzata nel proprio contesto: non esiste una strada unica, perché tutto dipende dal settore, dalle dimensioni, dal prodotto e dalla natura dell’attività. Per esempio, una PMI che produce gioielli per conto terzi seguirà un percorso diverso da quello di un’azienda internazionale che ricicla metalli. Il mio consiglio è partire sempre da un’analisi interna del proprio “tessuto” aziendale e definire un percorso strutturato, stabilendo risorse e priorità. Il viaggio verso la sostenibilità è lungo: non si può fare tutto in una volta, ma per tappe. Si può cominciare da un singolo ambito e poi estendere l’impegno a tutte le funzioni aziendali e agli stakeholder, interni ed esterni».
◗ Esistono certificazioni obbligatorie e altre invece volontarie?
«Ogni settore prevede obblighi normativi specifici cui le imprese devono conformarsi. Tra questi, citiamo il regolamento REACH (Registration, Evaluation, Authorization and Restriction of Chemicals), che rappresenta un requisito cogente per le aziende interessate. Esistono poi certificazioni volontarie in ambito ambientale, sociale, di governance e di sicurezza, alle quali le aziende aderiscono per dimostrare, tramite enti terzi e indipendenti, l’efficacia delle proprie pratiche ESG. Possiamo citare, ad esempio, la ISO 14001 per i sistemi di gestione ambientale, la ISO 45001 per la salute e sicurezza sul lavoro, la ISO 50001 per la gestione energetica. Per la responsabilità sociale, ricordiamo invece le certificazioni SA8000 e SMETA, riconosciute a livello internazionale».

◗ E per il settore orafo?
«Certamente La RJC (Responsible Jewellery Council) per la tracciabilità ed etica nella filiera orafa e la LBMA che è specifica per chi opera nel settore della vendita di metalli preziosi. Oppure la ISO 14064-01 e la ISO 14067 che valutano rispettivamente la Carbon Footprint di organizzazione e di prodotto».
◗ Nella vostra esperienza come consorzio, quali sono i principali gap che le aziende devono colmare in ambito sostenibilità?
«I maggiori gap riguardano la scarsa conoscenza dei requisiti e la mancanza, spesso, di un approccio strutturato. È fondamentale per me ricordare che il miglioramento è continuo: anche chi è già certificato in un ambito può crescere ulteriormente e influenzare positivamente i propri stakeholder, fornitori e clienti, che oggi richiedono non solo un prodotto di qualità, ma anche condizioni migliori per i lavoratori, welfare e well-being aziendale. Prima del business, siamo persone, la sostenibilità serve anche a ricordarci questo. A tal proposito, mi fa molto piacere sottolineare che la certificazione UNI/PdR 125 per la parità di genere, è ultimamente molto richiesta ed è un segnale estremamente positivo di cambiamento».

◗ Redigere un bilancio di sostenibilità rappresenta un investimento oneroso per le aziende, sia per la redazione sia per il mantenimento degli standard raggiunti. Perché è importante investire in questa direzione?
«Il bilancio di sostenibilità è il punto di arrivo di un percorso fatto di certificazioni e pratiche sostenibili. Anche in questo caso esistono standard da rispettare: oggi abbiamo a disposizione strumenti come i Global Reporting Initiative (GRI) e gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS). Tra i nuovi strumenti, merita di essere citato anche il Digital Product Passport (DPP), che fornisce informazioni sulla provenienza e i relativi impatti associati ai materiali impiegati nel ciclo produttivo. Investire è fondamentale non solo per adeguarsi alle richieste del mercato e degli stakeholder, ma anche per migliorare le proprie pratiche interne, aumentare il benessere dei dipendenti e garantire continuità e competitività nel lungo periodo».
Physis Consortium, Ester Falletta: “Sustainability is a Journey, Not a Slogan”
Ester Falletta, Technical Director of the Physis Consortium, emphasizes that sustainability certifications are not simply goals, but part of an ongoing journey requiring analysis, commitment, and transparency. True value, she argues, lies in people and the relationships companies build.
For small businesses beginning this journey, she advises distinguishing between third-party certifications, genuine best practices, and mere greenwashing. Each company must assess its context to create a tailored, step-by-step sustainability plan.
There are both mandatory regulations (like REACH) and voluntary certifications. Voluntary standards include ISO 14001 (environmental), ISO 45001 (health & safety), ISO 50001 (energy management), SA8000 and SMETA (social responsibility), and RJC or LBMA for the jewelry and precious metals sector. Additionally, ISO 14064-01 and ISO 14067 help assess carbon footprint at organizational and product levels.
Common gaps among companies include limited knowledge and a lack of structured approaches. Even certified companies can and should continuously improve to meet growing stakeholder expectations, especially around worker well-being and social equity. Notably, gender equality certification (UNI/PdR 125) is gaining popularity—a sign of positive change.
Falletta also stresses the importance of sustainability reporting. Though resource-intensive, sustainability reports (e.g., via GRI or ESRS standards) are essential for aligning with market demands and improving internal processes. Tools like the Digital Product Passport (DPP) offer further transparency on material sourcing and impacts. Ultimately, investing in sustainability enhances long-term competitiveness and employee welfare.

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